Un salto a Pechino in giornata

Un salto a Pechino in giornata
Il Capodanno cinese è una scenografica festività che vede danze, canti, lanterne e dragoni dispiegarsi per celebrare l’arrivo del nuovo anno, solitamente nel periodo di febbraio, svariate settimane dopo il capodanno occidentale. Per assistere a queste celebrazioni però non per forza bisogna prendere un aereo e andare a Pechino: da... Continua »
febbraio 19, 2015

Zucche o igloo?

Zucche o igloo?
Non serve che nevichi per vedere gli igloo a Milano. Anche col sole d’agosto basta percorrere i pochi metri che separano Cassina de’ Pomm, dove finisce il Naviglio della Martesana, con via Lepanto per passeggiare tra le caratteristiche casette dove vivono gli Inuit. Per una bella panoramica della zona basta... Continua »
febbraio 9, 2015

Il mistero di S. Ambrogio

Il mistero di S. Ambrogio
Entrando nel cortile della chiesa vi capiterà di notare un dettaglio curioso: sulle mura si trovano quattro sacchiere. Più precisamente una è situata sul nartece, un’altra in facciata tra due colonne, e due sul muro a sinistra appena entrati. Le dimensioni sono tutte diverse: la prima è di sette caselle... Continua »
febbraio 5, 2015

Conto solo le ore serene

Conto solo le ore serene
Palazzo Carmagnola (già Broletto Nuovissimo dal 1515 al 1861) è un palazzo quattrocentesco di Milano, proprietà di Francesco Bussone, conte di Carmagnola (1385-1432), nobile a servizio di Filippo Maria Visconti, signore di Milano. Alla morte del Carmagnola, la proprietà passò alle figlie ma presto, nel 1485 il Palazzo venne confiscato... Continua »
febbraio 4, 2015

La Candelora a Milano

La Candelora a Milano
Siamo in pieno inverno e in epoca passata si aspettava con ansia la primavera: la tradizione popolare vede nel giorno della Candelora, 2 febbraio, il momento per fare pronostici. Quanto durerà l’inverno? Se il giorno della candelora il tempo è bello… udite udite l’inverno è finito, ma se piove o c’è vento,... Continua »
febbraio 2, 2015

Il panettone curativo

panettone
Se in questi giorni, guardando le vetrine delle pasticcerie, avvistate qualche panettone, non stupitevi più di tanto. Non sono avanzi di magazzino che non sanno come smaltire, ma semplicemente un’antica tradizione milanese: nella città meneghina è usanza mangiare insieme in famiglia un panettone, per preservarsi dai mal di gola per tutto l’anno. Questo accade in occasione della festività di San Biagio (3 febbraio).

A dir il vero, la tradizione vorrebbe che venisse mangiato del panettone avanzato dalle feste natalizie, anche se ormai pochi lo conservano ed è consuetudine acquistare i cosiddetti “panettoni di san Biagio”, gli ultimi rimasti dal periodo festivo.

Ma chi era San Biagio? La storia parte da molto lontano. Intorno al 300 D.C. Biagio Nacque in Armenia, e fece il medico fino a quando la popolazione delle sua città non lo spinse a fare il vescovo, non dimenticando però la sua professione. Da vescovo curava le anime e da medico il corpo. Fino a quando un giorno una madre disperata, si presentò al suo cospetto perché il figlio aveva una lisca di pesce conficcata in gola. L’istinto di medico gli fece usare della mollica di pane e la fede di vescovo la fece mangiare al ragazzo solo dopo averla benedetta. Il metodo che aveva ben poco di miracoloso gli fece salvare la vita del ragazzo. Ma la notizia del miracolo fece presto molta strada e questo non piacque ad Agricola, prefetto di Diocleziano per l’Armenia. E sentendo crescere a dismisura la fama di Biagio, decise con una scusa di convocare il vescovo, e trovandoselo davanti lo fece uccidere, per evitare la santificazione da parte del popolo. Ma il martirio ottenne l’effetto contrario, e presto Biagio fu fatto Santo. E in ricordo dell’episodio del bambino e della mollica, il 3 febbraio si usa mangiare del pane benedetto per proteggere la gola.

Poi del come questo si unisca al panettone, in una tradizione esclusivamente milanese, lo spiegano molte leggende che in qualche modo cercano di dare una risposta.

Una di queste narra che una massaia prima di Natale portò a un frate un panettone perchè lo benedicesse. Essendo molto impegnato, il frate le disse di lasciarglielo e passare nei giorni successivi a riprenderlo. Ma la donna se ne dimenticò e il frate, dopo averlo benedetto, iniziò a sbocconcellarlo finchè si accorse di averlo finito.

La donna si ripresentò a chiedere il suo panettone benedetto proprio il 3 febbraio, giorno di San Biagio: il frate si preparò a consegnarle l’involucro vuoto e a scusarsi, ma al momento di consegnarglielo si accorse che nell’involucro era comparso un panettone grosso il doppio rispetto all’originale. Era stato un miracolo di San Biagio, che diede il via alla tradizione di portare un panettone avanzato a benedire ogni 3 febbraio e poi mangiarlo a colazione  per proteggere la gola.

I giorni della Merla

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Tra le leggende milanesi, quella invernale per definizione è la leggenda dei tre giorni della merla. In dialetto: i trii dì de la merla. Per la precisione sono il 29, 30 e 31 gennaio, e la tradizione vuole che siano i più freddi dell’anno. Ma perché si chiamano così?

La storia narra che una volta i merli fossero bianchi, con l’arrivo dell’inverno, una famiglia di merli aveva lasciato la campagna dove si trovava per recarsi in Porta Nuova, stabilendosi su un grande albero all’interno di un cortile. Mamma e papà si occupavano di recuperare il cibo per i tre piccoli, approfittando delle briciole di pane che venivano lasciate sul davanzale delle finestre.

L’inverno intanto avanzava, e per sopportare meglio il freddo la famiglia tutta decise di trasferirsi sotto una grondaia. Verso metà gennaio, però, il clima si fece più mite e i merli iniziarono a far sentire la loro voce festeggiando quello che sembrava essere il primo segnale dell’imminente primavera. I festeggiamenti, però, erano decisamente prematuri: il 29 il sole abbandonò la città e una coltre di gelo scese su Milano, trasformandosi presto in una grande nevicata.

I merli non riuscivano più a trovare cibo per i loro piccoli: anche le briciole che venivano lasciate sui davanzali erano ricoperte di neve, mentre lo strato di neve a terra era troppo spesso e duro per scavare. Come fare allora? Papà merlo decise che era necessario volare via per cercare cibo. Là dove l’inverno finisce.

I giorni passarono, e il freddo in città non faceva che peggiorare. Tanto che per la mamma merlo era diventato impensabile rimanere sotto la grondaia. Bisognava spostarsi a tutti i costi. Sul tetto c’era un camino da cui usciva sempre un denso e caldo fumo nero, mamma merla volò là sopra e trovò un angolo tutto annerito dalla fuliggine in cui i merli potevano ripararsi e avere rifugio.

Così protetti, i merli riuscirono a sopravvivere ai più gelidi giorni dell’inverno. Tornò il sole, e con il sole tornò anche papà merlo, che atterrò sulla grondaia ma senza trovare la famiglia. Quando gli si fece incontro la sua compagna tutta ricoperta di nero, a stento riuscì a riconoscerla, ma mamma merla gli raccontò tutte le vicissitudini, dopodiché anche papà merlo prese il suo posto nel camino. Lì trascorsero il resto dell’inverno, diventano sempre più neri. Ecco perché i merli femmine sono integralmente neri, mentre i maschi hanno il becco giallo, dal momento che nel camino ci sono rimasti meno tempo.

Trattamento reale in Stazione Centrale

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La stazione di Milano sin dall’origine era stata porgettata per accogliere al meglio migliaia di viaggiatori…per uno in particolare però era stato previsto un trattamento speciale! Di chi parliamo? Del re!
Aveva infatti un’entrata personale sul lato sud-est della stazione, precisamente da Piazza Luigi di Savoia 1/26.

Disegnato da Ulisse Stacchini nel 1931 l’ambiente esiste ancora e si chiama atrio reale o sala delle armi per via dei bassorilievi che rappresentano proprio scene e metodi di guerra dell’epoca; la sala aveva la funzione di accogliere la famiglia reale durante l’attesa precedente alla partenza, prevedeva addirittura che il re e la regine potessero sostare separatamente, ognuno con i proprio collaboratori prima di salire a bordo del treno reale,sul binario 21, al quale si accedeva direttamente attraverso le porte a vetri del salone.

Percorrendo pavimenti intarsiati attraverso un corridoio di arredi, mosaici e decorazioni marmoree si respira un’aria antica, surreale, un luogo che anche emotivamente contrasta con il frenetico movimento delle migliaia di passeggeri quotidiani che transitano nella stazione di Milano Centrale.

Sono infatti tutt’ora presenti decorazioni lussuose originarie in stile impero degli anni trenta: fontane in marmo rosso, lampadari di design, poltrone dallo schienale lunghissimo come dettava la moda di quegli anni, pavimenti di legno intarsiato.

Proprio questi ultimi sono oggetto di un’ulteriore curiosità: uno dei motivi decorativi è la svastica, forse in previsione dell’accoglienza di Hitler che però non passò mai per questa sala.

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La parte più interessente però probabilmente è il bagno: dietro lo specchio si nasconde infatti una via di fuga in caso di emergenza.

 

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Miracolo a Milano

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Abbiamo concluso l’articolo precedente riguardante l’oratorio di San Protasio dicendo che probabilmente è un miracolo che sia ancora in piedi…e in effetti qualcosa di miracoloso in questa chiesa è avvenuto!

gli anziani della zona si tramandano la storia che l’affresco della Madonna, coperto per tre volte da una imbiancatura a calce, quando si voleva utilizzare la cappella come abitazione, riaffiorò più nitido che mai. Dopo questo evento, giudicato prodigioso dai contadini del borgo, si abbandonò l’idea di utilizzare l’oratorio come abitazione e si continuò a venerare questa Madonna rivolgendosi a lei per chiedere ogni tipo di grazia. La devozione verso questa Madonna è ancora molto sentita: ne sono testimonianza i mazzi di fiori e i lumini lasciati davanti alla chiesetta.

La casa del diavolo

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Piazza Missori non è certo spettacolare come altri luoghi a Milano Discreta, inglobata nel traffico cittadino, offre tuttavia piccoli anneddoti che meritano, per esempio si narra che nei pressi di questa piazza abitasse nientemeno che il diavolo.

Precisamente in Corso di Porta Romana 3, già visibile da piazza Missori si sistemò nel 1600 Ludovico Acerbi. Ricchissimo, si rese subito inviso alla città facendo di tutto per ostentare sfarzo in un momento di profonda crisi economica: nel suo palazzo furono ristrutturati i tre piani in stile barocchetto, il cortile porticato su colonne, la corte rococò, un vasto e luminoso scalone a tre rampe che conduce alle stanze padronali e numerosi ampi saloni che contenevano statue e dipinti di gran pregio, stucchi, grandi specchi, tappezzeria di seta. Il giardino fu arricchito con piante esotiche tantissimi fiori e fontane luminose.

Un anonimo cronista dell’epoca lo descrive: “di anni cinquanta in circha con barba quadrata et lunga, né magro né grasso, né bianco né nero. Comparisce ogni giorno in carrozza superbissimo con sedici staffieri giovani, sbarbati, vestiti in livrea verde dorata et con assai copia di gioie e sei cavalli tirano la sua carrozza”.

La sua nome gli derivò dal fatto che quando scoppiò la pestilenza del 1630 quest’uomo, non solo si rifiutò da lasciare Milano, ma prese l’abitudine di dare feste sontuosissime per chi era rimasto, e che la sua risata risuonasse nel Corso reso deserto dalla morte. Secondo la leggenda nessuno in casa Acerbi venne colpito dalla peste e allora i milanesi non ebbero più dubbi: il diavolo abitava lì.

Del palazzo originale (oggi occupato da uffici) resta solo il cancello in ferro battuto, il cortile con i portici a colonna, lo scalone in stile rococò con gli angeli di bronzo e le pitture ornate da stucchi sui muri e sul soffitto del salone delle feste.